Sunday 6 november 2011
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StereoMood è una web radio molto particolare,
definibile come radio emozionale (così come si legge nel loro sito StereoMood is a free emotional internet radio). Il progetto, tutto italiano, vede la luce nel 2009 partendo dalla
constatazione che gli utenti ascoltano musiche diverse in funzione delle attività che stanno svolgendo o delle emozioni che stanno provando. E allora, perché non proporre delle playlist
ad hoc?
Così la home page di stereomood.com mostra un lungo elenco di tag al quale sono associate canzoni in linea con un
determinato stato d'animo o un'attività: basta selezionare il mood del momento per venir catapultati in un mix di suoni ideale come colonna sonora per situazioni classiche come la ricerca di
relax o una cena tra amici (dinner with friends) o per situazioni più bizzarre come spring cleaning (pulizie di primavera) o not thinking of you... insomma, ce n'è per tutti i gusti!
Gli utenti registrati possono poi creare le loro playlist, personalizzare le proposte di StereoMood, oltre a poter condividere sui social network le loro tracce preferite.
Le scelte musicali di StereoMood si basano sulle segnalazioni di circa 100 blog specializzati che costituiscono la base sulla quale le canzoni sono inserite nel database del sito. Ma è
sufficiente che una canzone sia presente in rete come MP3 per poter essere aggiunta. Ciò si traduce anche in un'interessante opportunità per band ed artisti emergenti, che possono far conoscere
la loro musica in un modo originale e potenzialmente più efficace per raggiungere ed emozionare il pubblico.
Di Luana
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Pubblicato in : Musica
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Saturday 5 november 2011
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12:44
Inside Job è un documentario
del 2010 diretto da Charles Ferguson, presentato al festival di Cannes di quell'anno e vincitore del premio Oscar come miglior documentario nell'edizione 2011 dei premi.
Il documentario indaga sulle origini della crisi economica che sta mostrando tutta la sua gravità in questi mesi. La narrazione parte riassumendo le cause e lo svolgersi della crisi in Islanda,
scoppiata nel 2008, per poi spostare il focus negli Stati Uniti e ripercorrere le tappe che hanno portato alla bancarotta delle grandi banche di investimento Lehman Brothers e Merryll
Lynch.
Il documentario, che alterna interviste a banchieri, economisti, ex dirigenti e personaggi di spicco della finanza (nonostante siano stati in molti ad aver rifiutato l'invito a farsi intervistare
per il film), è strutturato in cinque parti: come ci siamo arrivati, la bolla, la crisi, responsabilità, dove siamo ora.
La narrazione individua i pilastri su cui si fonda la crisi nella deregolamentazione dei mercati finanziari iniziata a partire dagli anni '80 sotto la presidenza Reagan e le cui
conseguenze sono esplose con la crisi dei mutui subprime e dei derivati ad essi collegati; un altro elemento considerato dal film è il conflitto di interessi che lega gli
operatori del settore: banche di investimento, agenzie di rating ed economisti legati da contratti multimilionari (le società di rating avevano giudicato con una tripla A - che corrisponde al
massimo livello di profittabilità di un titolo - i titoli tossici nei portafogli degli investitori); l'avidità e la mancanza di scrupoli di chi regge le fila
dell'industria finanziaria.
Di Luana
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Pubblicato in : Cinema
2
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Tuesday 1 november 2011
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16:03
Nelle scelte di acquisto e consumo la maggior parte di noi si concentra sulle
caratteristiche del prodotto, sul prezzo, talvolta sul design. Più raramente davanti agli scaffali di un supermercato, all'interno di un negozio di elettronica o di abbigliamento ci chiediamo
quante persone hanno contribuito ad assemblare il prodotto e a farlo arrivare fino a noi e, soprattutto, a quali condizioni di lavoro hanno operato.
La vicenda del lavoro minorile per i grandi brand dell'industria dell'abbigliamento sportivo ha fatto scalpore qualche anno fa, e il successo di No Logo, in cui Naomi Klein
riportava, tra le altre cose, le condizioni alle quali erano costretti a lavorare gli operai asiatici nelle grandi Zone Franche di Esportazione, hanno messo sotto la lente d'ingrandimento uno dei
principali segnali della disuguaglianza tra i ricchi consumatori del Nord del mondo e gli anonimi e poveri "schiavi" che producono beni di prima necessità così come status symbol in grandi, poco
sicure e poco controllate fabbriche situate in maggioranza in Asia, Africa e Centro America.
Slavery Footprint (che fa capo all'organizzazione non profit Call+Response) cerca di informare e sensibilizzare i
consumatori su questo tema proponendo un questionario (in lingua inglese) di undici domande che, con una grafica piacevole e un contenuto semplice e intuitivo permette di calcolare la propria
"impronta schiavista". Si analizzano diversi aspetti e abitudini di consumo: casa, abbigliamento, alimentazione, gioielli, attrezzature sportive, prodotti per la bellezza e la cura del corpo,
prodotti di elettronica, fino ad arrivare a delineare un sintetico numero e una mappa che indica quanti schiavi e in quali parti del mondo stanno lavorando per noi.
Stando ai risultati circa 50 dei 27 milioni di schiavi che lavorano ad oggi lo stanno facendo per me... E Justin Dillon, responsabile di Slavery Footprint ricorda a tutti che
"la schiavitù purtroppo è ovunque. Ogni oggetto della nostra quotidianità viene realizzato sfruttando in maniera disumana ed illegale manodopera a basso costo". L'obiettivo
dell'iniziativa è duplice: rendere i consumatori più consapevoli delle loro scelte di acquisto e far sì che le aziende comunichino in maniera più trasparente le condizioni di lavoro di coloro che
operano nelle diverse fasi delle lunghissime catene di creazione del valore.
Di Luana
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Pubblicato in : Consumo responsabile
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